Descrizione
Il Palazzo Chiaramonte-Steri, in piazza Marina, è uno dei palazzi più importanti del Trecento palermitano: un massiccio edificio quadrato con torri e merli, nato come residenza di una potente famiglia, poi reggia e infine sede dell'Inquisizione. Oggi ospita il rettorato dell'Università.
Lo costruì all'inizio del Trecento Manfredi I Chiaramonte, a capo di una famiglia così influente che persino i re aragonesi, a Palermo, dipendevano dal suo consenso. Il nome Steri viene da Hosterium, cioè palazzo fortificato.
Da vedere subito la facciata, con bifore e trifore decorate a tarsie di pietra lavica: è lo «stile chiaramontano», un innesto di forme normanne e gotiche che esiste solo in Sicilia. Dentro, un cortile con portico e loggiato intarsiati.
Il pezzo forte è la Sala Magna, o Sala dei Baroni, con il soffitto di legno dipinto tra il 1377 e il 1380: tornei cavallereschi, storie epiche e romanzesche, l'esaltazione della donna. Un'immagine fedele della società siciliana del Trecento, dipinta da tre artisti: Cecco di Naro, Simone da Corleone e Pellegrino Darena.
Al piano terra ci sono le carceri dell'Inquisizione: durante i restauri, sotto l'intonaco delle celle, sono riemersi graffiti, disegni di figure e invocazioni delle prigioniere accusate di stregoneria, e alcune rare tracce della presenza ebraica.
Nel palazzo è custodita anche la celebre Vucciria di Renato Guttuso. Al complesso appartiene anche la cappella trecentesca di Sant'Antonio Abate alla Dogana, che i Chiaramonte costruirono come cappella privata di famiglia.
Il potere dei Chiaramonte finì nel 1392, quando re Martino fece decapitare Andrea Chiaramonte in piazza Marina. Poi il palazzo fu dimora reale e, dal 1468 al 1517, residenza dei viceré di Sicilia.
Dal 1600 al 1782 ospitò il tribunale dell'Inquisizione. Il viceré Caracciolo, quando lo chiuse, fece bruciare l'archivio segreto e gli strumenti di tortura. Nella piazza, intanto, si erano celebrati gli autodafé, le grandi cerimonie pubbliche con i palchi per le autorità.
Lo costruì all'inizio del Trecento Manfredi I Chiaramonte, a capo di una famiglia così influente che persino i re aragonesi, a Palermo, dipendevano dal suo consenso. Il nome Steri viene da Hosterium, cioè palazzo fortificato.
Da vedere subito la facciata, con bifore e trifore decorate a tarsie di pietra lavica: è lo «stile chiaramontano», un innesto di forme normanne e gotiche che esiste solo in Sicilia. Dentro, un cortile con portico e loggiato intarsiati.
Il pezzo forte è la Sala Magna, o Sala dei Baroni, con il soffitto di legno dipinto tra il 1377 e il 1380: tornei cavallereschi, storie epiche e romanzesche, l'esaltazione della donna. Un'immagine fedele della società siciliana del Trecento, dipinta da tre artisti: Cecco di Naro, Simone da Corleone e Pellegrino Darena.
Al piano terra ci sono le carceri dell'Inquisizione: durante i restauri, sotto l'intonaco delle celle, sono riemersi graffiti, disegni di figure e invocazioni delle prigioniere accusate di stregoneria, e alcune rare tracce della presenza ebraica.
Nel palazzo è custodita anche la celebre Vucciria di Renato Guttuso. Al complesso appartiene anche la cappella trecentesca di Sant'Antonio Abate alla Dogana, che i Chiaramonte costruirono come cappella privata di famiglia.
Il potere dei Chiaramonte finì nel 1392, quando re Martino fece decapitare Andrea Chiaramonte in piazza Marina. Poi il palazzo fu dimora reale e, dal 1468 al 1517, residenza dei viceré di Sicilia.
Dal 1600 al 1782 ospitò il tribunale dell'Inquisizione. Il viceré Caracciolo, quando lo chiuse, fece bruciare l'archivio segreto e gli strumenti di tortura. Nella piazza, intanto, si erano celebrati gli autodafé, le grandi cerimonie pubbliche con i palchi per le autorità.