Descrizione
Il Palazzo Ajutamicristo, in via Garibaldi, è un palazzo nobiliare del Quattrocento: un esempio di gotico siciliano, con portale ad arco, merli a coda di rondine e un grande salone da ballo affrescato. Una parte ospita oggi collezioni di sculture e carrozze.
Lo volle il banchiere Guglielmo Ajutamicristo, barone di Misilmeri e Calatafimi, che aveva fatto fortuna con il commercio del grano e voleva una residenza in città per gestirlo più comodamente. Fu costruito tra il 1490 e il 1495 da Matteo Carnilivari.
L'ingresso è un portale ad arco policentrico, con la ghiera a bastone su fasci di colonnine e una complicata cornice a rombo, dove si cerca lo stemma degli Ajutamicristo. In alto corre la merlatura ghibellina a coda di rondine.
Il progetto fu realizzato solo in parte, con più cura per l'interno. Poi arrivarono i Moncada, che nel Seicento lo rimaneggiarono con grandi finestre classiciste e balconi sostenuti da mensole in pietra: per questo oggi gli stili si mescolano.
Il pezzo più bello è il salone da ballo, realizzato verso il 1780, con il soffitto affrescato dalla Gloria del principe virtuoso. Le due metà del palazzo hanno vite diverse: una parte è abitata da privati, l'altra della Regione.
Nella parte pubblica si visita una raccolta di sculture con opere di Domenico Gagini e di Ignazio Marabitti, e soprattutto le due stele Mellerio, commissionate ad Antonio Canova nel 1812. In altre sale c'è la collezione di carrozze Martorana Genuardi.
Nel 1535 vi dormì l'imperatore Carlo V, di ritorno dalla vittoriosa campagna di Tunisi, perché il Palazzo Reale non era adatto alla sua magnificenza. Nel 1576 ci fu ospitato anche Don Giovanni d'Austria, il vincitore di Lepanto.
Il giardino era la «Flora di Caltanissetta»: viali alberati, sedili di pietra, statue e fontane, aperto al pubblico solo in alcune ore del giorno. Nel 1797 il principe Giovanni Luigi Moncada fu rapito dai pirati, e il riscatto pagato a rate al Bey di Tunisi segnò il declino del palazzo.
Lo volle il banchiere Guglielmo Ajutamicristo, barone di Misilmeri e Calatafimi, che aveva fatto fortuna con il commercio del grano e voleva una residenza in città per gestirlo più comodamente. Fu costruito tra il 1490 e il 1495 da Matteo Carnilivari.
L'ingresso è un portale ad arco policentrico, con la ghiera a bastone su fasci di colonnine e una complicata cornice a rombo, dove si cerca lo stemma degli Ajutamicristo. In alto corre la merlatura ghibellina a coda di rondine.
Il progetto fu realizzato solo in parte, con più cura per l'interno. Poi arrivarono i Moncada, che nel Seicento lo rimaneggiarono con grandi finestre classiciste e balconi sostenuti da mensole in pietra: per questo oggi gli stili si mescolano.
Il pezzo più bello è il salone da ballo, realizzato verso il 1780, con il soffitto affrescato dalla Gloria del principe virtuoso. Le due metà del palazzo hanno vite diverse: una parte è abitata da privati, l'altra della Regione.
Nella parte pubblica si visita una raccolta di sculture con opere di Domenico Gagini e di Ignazio Marabitti, e soprattutto le due stele Mellerio, commissionate ad Antonio Canova nel 1812. In altre sale c'è la collezione di carrozze Martorana Genuardi.
Nel 1535 vi dormì l'imperatore Carlo V, di ritorno dalla vittoriosa campagna di Tunisi, perché il Palazzo Reale non era adatto alla sua magnificenza. Nel 1576 ci fu ospitato anche Don Giovanni d'Austria, il vincitore di Lepanto.
Il giardino era la «Flora di Caltanissetta»: viali alberati, sedili di pietra, statue e fontane, aperto al pubblico solo in alcune ore del giorno. Nel 1797 il principe Giovanni Luigi Moncada fu rapito dai pirati, e il riscatto pagato a rate al Bey di Tunisi segnò il declino del palazzo.