Descrizione
Piazza Pretoria, sul limite della Kalsa, a pochi metri dai Quattro Canti, è una delle piazze più scenografiche di Palermo. Quasi tutta occupata da un'enorme fontana di marmo, è circondata da un palazzo comunale, da una chiesa barocca e da due palazzi baronali.
Al centro c'è la Fontana Pretoria: una pianta circolare con quattro rampe di scale, tre vasche sovrapposte a piramide e, in cima, un Bacco, che a Palermo fu identificato con il Genio della città. Tutt'intorno statue di divinità, tritoni, nereidi e allegorie di fiumi.
Intorno si affacciano il Palazzo Pretorio, sede del Comune, costruito nel Trecento e ristrutturato nell'Ottocento, la chiesa di Santa Caterina d'Alessandria, di fine Cinquecento, e due palazzi baronali, Bonocore e Bordonaro. Sul quarto lato una scalinata scende su via Maqueda.
I palermitani la chiamano anche «piazza della Vergogna». Le spiegazioni sono tre: le statue nude, che avrebbero scandalizzato le monache del monastero vicino; una leggenda sulla regina Giovanna d'Angiò; o, secondo gli studi più recenti, le spese.
E le spese furono davvero enormi. La fontana non era nata per Palermo: la realizzò dal 1554 a Firenze lo scultore Francesco Camilliani, per il giardino di don Luigi di Toledo, fratello della granduchessa Eleonora. Vasari la definì «una fontana stupenda».
Pieno di debiti, nel 1573 don Luigi la vendette al Senato di Palermo. Arrivò via mare il 26 maggio 1574, smontata in 644 pezzi, e non tutti integri: alcune statue erano rovinate nel viaggio, e altre forse rimasero in Toscana.
Per farle posto furono demolite diverse case. Il figlio dello scultore, Camillo Camilliani, la ricompose con l'aiuto di Michelangelo Naccherino, aggiungendo parti nuove. I lavori furono ultimati nel 1581.
Nel Settecento la fontana era considerata il simbolo di un'amministrazione cittadina corrotta; nel 1737 si montò una cancellata di ferro contro i danni. Si racconta che i messinesi sfregiarono i nasi di molte statue, e che i palermitani spezzarono in risposta le dita del Nettuno.
Al centro c'è la Fontana Pretoria: una pianta circolare con quattro rampe di scale, tre vasche sovrapposte a piramide e, in cima, un Bacco, che a Palermo fu identificato con il Genio della città. Tutt'intorno statue di divinità, tritoni, nereidi e allegorie di fiumi.
Intorno si affacciano il Palazzo Pretorio, sede del Comune, costruito nel Trecento e ristrutturato nell'Ottocento, la chiesa di Santa Caterina d'Alessandria, di fine Cinquecento, e due palazzi baronali, Bonocore e Bordonaro. Sul quarto lato una scalinata scende su via Maqueda.
I palermitani la chiamano anche «piazza della Vergogna». Le spiegazioni sono tre: le statue nude, che avrebbero scandalizzato le monache del monastero vicino; una leggenda sulla regina Giovanna d'Angiò; o, secondo gli studi più recenti, le spese.
E le spese furono davvero enormi. La fontana non era nata per Palermo: la realizzò dal 1554 a Firenze lo scultore Francesco Camilliani, per il giardino di don Luigi di Toledo, fratello della granduchessa Eleonora. Vasari la definì «una fontana stupenda».
Pieno di debiti, nel 1573 don Luigi la vendette al Senato di Palermo. Arrivò via mare il 26 maggio 1574, smontata in 644 pezzi, e non tutti integri: alcune statue erano rovinate nel viaggio, e altre forse rimasero in Toscana.
Per farle posto furono demolite diverse case. Il figlio dello scultore, Camillo Camilliani, la ricompose con l'aiuto di Michelangelo Naccherino, aggiungendo parti nuove. I lavori furono ultimati nel 1581.
Nel Settecento la fontana era considerata il simbolo di un'amministrazione cittadina corrotta; nel 1737 si montò una cancellata di ferro contro i danni. Si racconta che i messinesi sfregiarono i nasi di molte statue, e che i palermitani spezzarono in risposta le dita del Nettuno.